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STORIA
Chissà cosa avranno pensato gli antichi abitanti
di questi luoghi, abituati a vivere come selvaggi in capanne di legno e paglia,
vedendo la raffinatezza dei costumi indossati dai soldati bizantini che
presidiavano il territorio, o le eleganti forme di quella costruzione in pietra,
l’unica di tutta la zona, che i romani chiamavano pieve. L’anno Mille era ancora
lontano e fino a quel momento il territorio del comune di Lizzano in Belvedere
era stato sfiorato solo marginalmente dalla storia. Ma nell’anno 569 le cose
cambiarono definitivamente e l’arrivo in Italia di altri selvaggi, i Longobardi,
fece diventare questi luoghi un punto strategico di confine fra gli invasori del
nord e l’Esarcato Bizantino. La resistenza ed il valore dei levantini fu a dir
poco sorprendente, tanto da riuscire ad arginare inizialmente l’avanzata dei
longobardi provenienti da Modena, ma l’impeto delle orde germaniche era troppo e
alla fine furono costretti a soccombere. Così il re longobardo Astolfo,
diventato il padrone assoluto del Nord d’Italia, decise di spazzare via il
passato affidando la zona (si dice su suggerimento della bellissima moglie
Gisaltrude) al cognato Anselmo, fondatore dell’abbazia benedettina di Nonantola.
E’ questo il primo documento ufficiale, datato 10 febbraio 753, nel quale si
parla di questa zona. Nell'antica pergamena conservata nell’archivio
dell’abbazia modenese sono elencati i nomi di quasi tutti i paesi del comune di
Lizzano in Belvedere: "... Massalizzano e Gabba, cum viculis suis, idest
Acquaviva, Rivo Frigido, Vititiatico, Saxo Siliciano, Gricla, Variana e
Porcile.....". Ovvero: Lizzano, Gabba, Acquaviva (?), Rio Frigido
(probabilmente Maenzano), Vidiciatico, Sasso, Grecchia, Variana (secondo alcuni
Le Vaie) e Porcile. Astolfo, la bellissima Gisaltrude e l’abate Anselmo,
personaggi di primo piano che si occuparono in qualche modo di questa zona ai
quali, nell’801, si aggiunse un altro potente della terra: Carlo Magno.
Incoronato imperatore cinque mesi prima a Roma, Carlo Magno fu chiamato a
dirimere la contesa sorta fra il Vescovo di Bologna Vitale e l’abate Anselmo
proprio sul possesso del Belvedere. La controversia, che condusse i due alti
prelati davanti all’imperatore, fu originata dalla decisione dei benedettini di
scacciare dalla chiesa di Lizzano il presbitero (in pratica il parroco) nominato
dal Vescovo. Salomonicamente Carlo Magno risolse la questione con una sentenza,
appunto il placito dell’801, con la quale riconobbe al Vescovo di Bologna la
competenza spirituale sulla chiesa e all’Abbazia il mantenimento degli antichi
diritti feudali. Trascorsero solo pochi anni ed un altro imperatore, Ludovico
figlio di Lotario, nell’852 intervenne di nuovo sulla questione questa volta per
redarguire i monaci benedettini rei di avere aumentato le tasse alla popolazione
locale in sfregio a quanto stabilito “tempore longobardorum aut tempore
domini Karli”. E’ in questa epoca nella quale probabilmente nacque l’antico
uso collettivo dei boschi affidato in godimento ai capi famiglia del Comune ed
ancora oggi tenacemente mantenuto in vita dai Consorzi Utilisti.
All’epoca dei Comuni il territorio passò sotto il
dominio di Bologna che, nel 1227, fece costruire sulla vetta del Monte Belvedere
un castello a presidio del confine con Modena. Sempre a questo periodo risalgono
anche la costruzione di altri due importanti edifici fortificati, il castello di
Monte Acuto delle Alpi e la torre di Rocca Corneta. Sconfitti i signorotti
locali riluttanti a sottomettersi al potere Felsineo, per la zona cominciò un
periodo di relativa tranquillità e ciò permise di gettare le basi di
quell’organizzazione civile che è rimasta immutata per parecchi secoli a venire.
All’epoca il territorio provinciale era diviso in 342 comunità corrispondenti
territorialmente alle parrocchie, ognuna delle quali era retta da un massaro che
svolgeva funzioni amministrative e fiscali. Unica eccezione, seppure di
brevissima durata, fu la nascita di una contea; Giovanni dei Medici, eletto Papa
nel 1513, decise infatti di riunire gli antichi comuni di Belvedere e di Rocca
Corneta in un’unica contea, detta di Belvedere, concessa in feudo a Galeazzo
Castelli. Un’esperienza di brevissima durata, in tutto 19 anni, abolita nel 1532
da un altro Papa, Clemente VII, che restituì ai due comuni l’antica autonomia
amministrativa.
Siamo così arrivati alla fine del Settecento
quando il nord d’Italia vide l’occupazione francese e con essa l’avvio di una
rivoluzione amministrativa che coinvolse anche i piccoli comuni dell’Appennino.
Nel periodo napoleonico i comuni di Belvedere e di Rocca Corneta furono prima
riuniti in un unico ente e poi, nel 1820, accorpati a quello di Gaggio Montano.
Infine, dopo l’unità d’Italia nacque l’attuale Comune che nel 1862 assunse il
nome di Lizzano in Belvedere.
Durante il secondo conflitto mondiale la zona fu
interessata dalla presenza della Linea Gotica, il baluardo difensivo lungo 320
chilometri munito di rifugi di cemento, caverne scavate nella roccia e campi
minati, che tagliava in due l’Italia da La Spezia fino a Pesaro. Seppur non così
celebre come la linea Gustav che aveva fermato a lungo gli alleati davanti a
Cassino, la Gotica rappresentava comunque una barriera difficile da superare in
quanto sfruttava in maniera perfetta le giogaie dell’Appennino ad Ovest e le
insidie delle valli di Comacchio ad Est. Lo sapevano bene i tedeschi e lo
capirono ben presto anche gli alleati costretti ad interrompere per cinque mesi
la loro avanzata. Una situazione di stallo determinata sia dalla scelta
strategica di rafforzare il fronte occidentale, sia dall’attesa dell’arrivo in
Italia della 10° divisione da montagna americana, l’unità di elite specializzata
nella guerra in alta quota il cui apporto fu determinante per la soluzione del
conflitto. Così, dopo mesi di attesa, finalmente arrivò l’ordine di attacco e in
pochi giorni, seppure al prezzo di ingenti perdite, gli alleati riuscirono a
conquistare i due capisaldi posti sui monti La Riva (19 febbraio 1945) e
Belvedere (21 febbraio) che aprirono definitivamente la strada alla liberazione
del Nord d’Italia. Ma quelli furono anche gli anni della lotta di resistenza che
videro proprio nella zona del Belvedere la presenza di numerose formazioni
partigiane e di tanti eroi come il Capitano Toni, Antonio Giuriolo, ucciso sul
Monte Belvedere il 12 dicembre 1944. Una terra fiera ed indipendente che ha
pagato un tributo elevato di vittime innocenti a Casa Berna dove, il 27
settembre 1944, furono barbaramente trucidate 27 persone, per la maggior parte
donne e bambini, molti dei quali si erano rifugiati proprio in questo piccolo
borgo nella speranza di trovare un riparo sicuro.
Notizie tratte da "Il comune di Lizzano in Belvedere, storia curiosità
leggende" di Daniele Giacobazzi.
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LA MADONNA CHE PIANGE
LA CAMPANA DELLA ROCCA
ROCCA CORNETA (mt. 613)
Per chi si accinge a visitare Rocca Corneta sorge
spontaneo domandarsi dove sia il paese. In questo senso anche la burocrazia non
ci aiuta identificando come centro le poche casupole adiacenti alla chiesa e
dando un altro nome, Ca’ Giannone, a quelle immediatamente vicine poste lungo la
provinciale. Per il resto sono una miriade di piccoli borghi e di case sparse
disseminate sul territorio posto all’estremo lembo orientale del comune di Lizzano in Belvedere. Una caratteristica che deriva sia dalla vocazione agricola
di questa zona ancora oggi fortemente radicata nel tessuto sociale, sia dalla
diffusione della proprietà terriera. Si dice (perché documenti in proposito non
ce ne sono) che l’origine di questi luoghi sia antichissima: “Piacque ad
alcuni storici di dedurla da emigranti di Toscana, dopo la sottomissione
dell’Etruria fatta da Fabio Massino l’anno 473 di Roma - scrive Luigi
Ruggeri -, vollero altri che l’Appennino occidentale si popolasse di Frignanesi; e pretesero taluni che fosse invece abitata da esuli romani al tempo
delle proscrizioni di Silla. Forse il vero sta di quelli che suppongono i
fuoriusciti di Firenze e di Bologna avere popolato queste montagne nei primi
secoli dopo le invasioni dei Barbari”. Un fatto è certo che già nel 1117
Rocca Corneta fu sottoposta alla signoria di Stagnisino il quale pensò bene di
cederla ai bolognesi che provvidero subito a fortificarla affidandola ad un
capitano. Con alterne vicende i cornetani restarono dipendenti di Bologna fino
al 1513, epoca in cui Rocca Corneta fu ceduta in feudo alla famiglia Castelli e
poi, nel 1798, definitivamente aggregata al comune di Belvedere. Purtroppo di
questa antica origina non rimangono tracce visibili se non la torre medioevale
che si erge maestosa sullo spuntone di roccia che domina la sottostante valle
del Dardagna. Una rocca, di chiara origine militare e di grande importanza posta
com’era lungo la strada medioevale di collegamento con la Toscana che passava
proprio ai piedi della torre, la cui presenza ha dato il nome all’intera zona
assieme ad un’altra caratteristica: la considerevole presenza di còrnioli, un
alberello spontaneo che produce piccoli frutti rossi, dalla cui unione deriva il
nome di Rocca Corneta.
Ma se Rocca è il “paese che non c’è”, quello che
esiste attorno è una miriade di piccoli borghi pressoché intatti nelle loro
strutture architettoniche anche se qui l’aspetto cambia completamente rispetto
al restante territorio comunale ed al grigio dell’arenaria utilizzata nelle zone
più alte si sostituisce il colore caldo, dalle mille sfumature di marrone,
tipico della pietra locale. Lo stesso avviene anche per i tetti che perdono il
nero cupo delle piagne per virare verso al rosso dei coppi di terracotta
realizzati direttamente nella zona. Un cambio di colore e di forme
architettoniche determinato dalle differenti caratteristiche ambientali che
separano quasi in due il territorio comunale.
Poco prima della chiesa una strada sterrata sulla
destra conduce ad una delle zone più belle della vallata. Si comincia subito con
i resti di una torre d’origine trecentesca con parete a scarpata di chiara
origine militare. Poco sotto ecco il borgo di Prà della Villa che presenta un
edificio risalente al XV secolo ancora intatto nelle sue strutture originarie
con un architrave datato 1569, fino ad arrivare al Dardagna dove comincia la
salita verso il borgo abbandonato di Camposalice. Qui, in una stanzetta
seminascosta sotto la stalla, esisteva un bellissimo affresco naif raffigurante
un tabernacolo con ai lati due persone in abiti religiosi. Salendo ancora si
incontra il monumentale edificio delle Mogore edificato nel XVI secolo che
presenta una finestra quattrocentesca con architrave monolitico a mensole cave.
Ma edifici di pregio sono presenti pure al Palazzo, vasto edificio che la
tradizione indica come sede della magistratura del comune di Rocca Corneta
caratterizzato da una gronda di pietra arenaria scolpita unica della zona e da
un portale finemente scolpito con simboli religiosi, il borgo dei Fiocchi dove è
presente un oratorio del 1600 e sull’architrave di una porta la data 1559. O
infine il Molino delle Macchie posto in splendida posizione sulla riva destra
del Dardagna, ancora completo e pressoché intatto nelle sue strutture originare,
sede un tempo della dogana che divideva Bologna da Modena.
Notizie tratte da "Il comune di Lizzano in Belvedere, storia curiosità
leggende" di Daniele Giacobazzi.
IPOTESI
E CURIOSITA’ SULLA STORIA DEL CASTELLO DEL BELVEDERE
di Daniele Giacobazzi
Attorno al XI secolo al decadente regime feudale,
ormai polverizzato in una miriade di piccoli e litigiosi tiranni in perenne
lotta fra di loro, si andò lentamente sostituendo un ordinamento nuovo. E',
infatti, in questo periodo che i maggiorenti delle città, approfittando di
alcuni avvenimenti favorevoli, si trovarono nella condizione di esprimere forme
di governo innovative ed autonome. Nacquero così i Comuni, un’aggregazione di
forze nuove, liberate dal potere feudale, espressione delle grandi novità
sociali ed economiche che attraversarono la società.
Consolidato il potere interno, i comuni estesero
le proprie mire sul vicino contado, così fece anche Bologna ed il nostro
Appennino divenne teatro di nuove lotte egemoniche. Man mano che Bologna
estendeva il proprio dominio su un nuovo territorio si preoccupava
immediatamente di fortificarlo, occupando i castelli sottratti ai feudatari o
costruendone dei nuovi, arrivando col tempo ad innalzare un potente e complesso
sistema difensivo composto di oltre 30 fra castelli e rocche. Figura chiave di
questo sistema era il capitano, vero ed unico responsabile della fortezza, per
questo motivo la sua nomina rappresentò per l'amministrazione cittadina materia
assai delicata, disciplinata da rigide norme statutarie aventi lo scopo di
impedire tradimenti o abusi. Per diventare capitano, oltre al versamento di una
sostanziosa cauzione (dettata dalla paura di non perdere capra e cavoli!),
costituivano requisiti indispensabili l'appartenenza alla parte guelfa, il
possesso della cittadinanza Bolognese da almeno venti anni ed un'età compresa
fra i trenta ed i sessanta anni. Non solo, a maggiore tutela, nel 1289 il
Consiglio dei Duemila decise di ridurre il periodo di carica a soli due mesi,
vietandone la rielezione. I capitani erano sottoposti a rigide norme anche per
quanto riguardava l’armamento, obbligati com’erano a portare la barbuta e la
cervelliera (a protezione del capo), la pancera e la corazza (per il corpo), ed
essere muniti di balestra con crocco (specie di uncino per tenere tesa la
balestra) ed un buon numero di dardi.
Durante il loro ufficio poi il capitano non poteva
mai assentarsi se non per necessità urgente e non prima di avere assicurare la
difesa del castello ad un buon numero di soldati (1).
La parte occidentale del vasto sistema difensivo
costruito dal comune di Bologna, posto cioè lungo il confine con la provincia di
Modena, era affidata alle rocche di Corneta e di Gaggio ed ai castelli del
Belvedere e di Montilocco.
A proposito del castello del Belvedere, che
Cherubino Ghirardacci nella sua imponente Historia di Bologna, definisce:
"...come una chiave di tutte le altre castella, e sicuro riparo delle fortezze
della montagna.." (2), sappiamo che
venne costruito attorno al 1297 e ampliato
successivamente nel 1289, nel 1307, nel 1311 fino ad arrivare alla struttura
definitiva determinatasi con l'intervento del 1324. Il castello venne affidato
in custodia ad un gruppo di 13 soldati guidati da un capitano i quali, tutti
assieme, percepivano uno stipendio mensile di trentasette fiorini e mezzo.
Passando ad analizzare gli aspetti architettonici
occorre anzitutto chiarire la differente funzione attribuita ai castelli
dall'ordinamento Comunale rispetto al precedente periodo feudale. Così, se prima
avevano lo scopo di ospitare e
A difendere il feudatario e la sua
corte, con l'avvento dei Comuni il castello acquistò la funzione di presidio del
territorio, fatto questo che determinò anche
un nuovo concetto costruttivo. Quindi costruzioni
più piccole, o semplici rocche, site in posizioni strategiche, di ampia visuale,
collegate fra di loro ed aventi lo scopo di segnalare tempestivamente alla città
la presenza di eventuali pericoli.
Fu proprio in quest’ottica che il monte Belvedere
(mt.1139), per la sua posizione strategica ed eccezionalmente panoramica,
rappresentò il luogo ideale per la costruzione di un castello. Interessante a
tale proposito è ricordare il sistema di comunicazione messo a punto dal Senato
bolognese. In caso di pericolo notturno il capitano doveva esporre sulla torre
più alta tre lumi, ripetendo l'operazione finché non avesse ricevuto risposta
dal castello vicino e così, di castello in castello, fino a raggiungere Bologna
dove i guardiani della torre degli Asinelli avvisavano del pericolo l'intera
città. Durante il giorno i lumi erano sostituiti da segnali di fumo. Segnalato
il pericolo si passava quindi a quantificarlo mediante un tocco di campana
(anch'essa posta sulla torre), per ogni soldato avvistato (3).
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Secondo
il Calindri il castello del Belvedere era: ".. di figura irregolare,
ma approssimavasi ad un trapezio, aveva una porta con ponte elevatojo difesa
da una torre dalla parte che guarda il Modenese, aveva un'altra torre nella
estremità dell'interno cassero, e nella parte più alta della vetta del Monte,
nel
qual è costruita, ed aveva cassero, contro cassero e spianara". Effettivamente,
dal rilevamento effettuato e dalle conoscenze costruttive tipiche dell'epoca, la
descrizione coincide perfettamente con quanto svelano i resti del castello
ancora presenti. L'edificio ha una lunghezza di 72 metri circa ed una larghezza
di 20 nel lato più grande e di 8 metri in quello minore, appunto una forma
trapezoidale dovuta alle caratteristiche morfologiche del monte del quale
occupava l'intera sommità. Il colpo d'occhio doveva essere magnifico: una
fortezza possente, visibile da ogni parte del nostro territorio, che
rappresentava motivo di sicurezza e punto di riferimento per gli abitanti del
posto.
Nel dettaglio il castello era circondato da mura, composte da una sola fila
e di un'altezza che si doveva aggirare attorno ai 10 metri (la misura cioè di
due
scale sovrapposte, all'epoca il mezzo più utilizzato per gli assalti), con uno
spessore alla base di mt. 1,50 (4). Le mura, costruite ad "opus quadratum",
cioè utilizzando grossi conci di arenaria sommariamente squadrati e disposti
regolarmente su file parallele, erano provviste poi della classica merlatura
come riferisce lo stesso Calindri. Una fortezza, quindi, possente e ben difesa,
ma tutto sommato di dimensioni ridotte, che aveva soprattutto lo scopo di
proteggere la piccola guarnigione (13 soldati in tutto) dalle scorrerie delle
bande di briganti che infestavano il nostro Appennino. Tenendo conto poi del
tipo di armamento in possesso dei militari di custodia le mure dovevano essere
dotate di feritoie, costituite nella parte esterna da minuscole fessure
verticali,
ed in quella interna da nicchie adatte ad ospitare il difensore, il quale poteva
effettuare un tiro utile con angolo variabile fra i 35 ed i 40 gradi. Infine, il
dislivello naturale che circondava il castello rendeva inutili la presenza delle
cosiddette ante murali o baraccani, specie di mura più basse che servivano ad
impedire alle macchine da guerra di avvicinarsi pericolosamente alle torri. Le
mura presentavano due porte d’ingresso ancora ben visibili poste, la principale,
sul lato Ovest dell’edificio e la secondaria su quello Sud. La porta principale
fu
oggetto di particolari accorgimenti costruttivi in quanto rappresentava il punto
debole dell'intero edificio. Di modeste dimensioni (1,20 metri di larghezza),
sufficiente quindi al passaggio di poche persone per volta, la porta evidenzia
un
classico esempio d’ingresso a doppia chiusura tipico dell’epoca. L’ingresso era
difeso da una robusta porta di legno all’esterno della quale vi era una grata di
ferro a scorrimento verticale chiamata saracinesca che, cadendo, chiudeva in
una trappola micidiale gli assalitori più arditi il cui eroismo venive ripagato
con
il lancio di pietrame, olio bollente ed altri omaggi del genere. La porta di
legno,
della quale è ancora visibile il cardine inferiore sinistro conficcato fra le
pietre,
si apriva invece verso l’interno dando accesso ad un piccolo androne di forma
quadrata (1,50 metri di lato) che terminava con un restringimento realizzato
allo scopo di creare un imbuto che ostacolasse ulteriormente i movimenti degli
assalitori. Chiaramente di fantasia è invece la citazione del Calindri
sull’esistenza del ponte elevatoio reso inutile dalla mancanza del fossato. La
porta secondaria, o posterla, sorgeva invece sul lato Sud (cioè sul versante
bolognese) e veniva utilizzata per i servizi giornalieri e per questo era difesa
di
una semplice porta in legno della quale, fino a qualche anno fa, erano ancora
visibili gli incavi dei cardini.
Sulla spianata alta del Belvedere sorgeva il cassero, una sorta di torre più
grande e robusta, che s’innalzava possente sopra le mura, capace di contenere
un certo numero di militari alcuni dei quali avevano l'obbligo di dimorare
costantemente al suo interno. Dall’esame dei resti e riprendendo quanto
descrive il Calindri questa costruzione era posta proprio al centro del
castello,
stetta fra le mura costituenti il lato minore del trapezio, nell’area più
elevata
del monte dove si trova il cippo dedicato agli alpini. Il tutto era completato
dalla presenza di una torre, posta sul lato Nord-Ovest del castello a guardia
del
versante modenese, dalle caratteristiche strutturali ed architettoniche
nettamente opposte a quelle del cassero e per la quale occorre fare riferimento
alla sua funzione principale: l'avvistamento. Quindi una struttura snella, di
ridotte dimensioni, alta, non adatta ad ospitare un numero elevato di persone,
nemmeno troppo importante ai fini della difesa, ma soprattutto dotata di ampie
aperture ai piani superiori in modo da consentire una buona osservazione del
territorio circostante. Purtroppo è impossibile oggi stabilire l’esatta
posizione
di questa torre (se non ipotizzarla sul lato Nord-Ovest a lato della porta
d’ingresso come riferisce il Calindri) in quanto la zona risulta ampiamente
compromessa dalla costruzione delle difese eseguite nella seconda Guerra
Mondiale. I resti delle mura presenti sono chiaramente attribuibili, infatti,
all’opera eseguita dai militari tedeschi che, proprio in questa zona,
edificarono
un fitto reticolo di bunker, camminamenti di trincee come risulta dal rilievo
effettuato. Sia la torre che il cassero erano dotate di feritoie per la difesa e
furono costruire entrambe attorno al 1324. Il castello era completato dalla
presenza di alcuni edifici interni fra i quali l'interessante e ben conservata
cisterna (dimensioni mt. 2,40 x 2,00), recante al centro il pozzo di
decantazione. Fra le strutture accessorie di un castello la cisterna
rappresentava in caso di assedio elemento più importante, per questo motivo
furono oggetto di particolari accorgimenti costruttivi che avevano lo scopo di
raccogliere l’acqua piovana proveniente dalle strutture del castello (tetti,
torri,
ecc.) attraverso una rete di condotte e di scoli che confluivano tutti dentro la
cisterna stessa (5). Infine, le rovine di alcuni frammenti di mura oggi
interrate
evidenziano la presenza anche di altre costruzioni che sappiamo presenti
all'interno del castello ed utilizzate sia come abitazione dei soldati sia per
il
deposito del materiale bellico e delle vettovaglie (6). Anche in questo caso gli
Statuti Bolognesi erano rigidi e puntigliosi, ogni fortezza aveva in dotazione
un
ben determinato quantitativo di armi e generi alimentari, responsabile dei quali
era il capitano che le riceveva in consegna all'inizio del suo mandato tramite
un
inventario.
La lunga storia del castello del Belvedere è punteggiata da tanti episodi
d’armi: tentativi di saccheggio compiuti dalle numerose bande di banditi o veri
e propri assalti da parte degli oppositori della municipalità bolognese che
provarono a più riprese – inutilmente - di conquistare questa fortezza. “Né
passò già molto che i fuorisciti fossero sopra detto luogo, e fu alli 16
febbraio
(1324), e di notte tempo posero le scale alle mura per entrarvi, havendo di
dentro intendimento con Poligotto di Marco – riporta Cherurbino Ghirardacci,
citando solo uno dei tanti episodi descritti nelle cronache dell’epoca -, ma
mentre che,
cominciarono ad entrare, scoperti dalle guardie, che cominciarono à gridare,
da soldati di dentro, che quivi corsero con la punta del ferro, furono sospinti
a dietro,
restandovi morto Guerrisio di Tommaso Guaschetti,
fuoriuscito di Bologna, il quale alli merli del castello impiccato per la gola,
ivi per cibo de gli uccelli dell’aria fu lasciato”.
Un ultimo elemento da sottolineare è il legame, per certi versi controverso e
forse mai concretizzato, che l’Amministrazione bolognese tentò
di instaurare fra la presenza del castello e la popolazione locale. Un rapporto
ambiguo, caratterizzato dall’emanazione di direttive contrastanti, a
dimostrazione forse del disinteresse che tutto sommato il Senato bolognese
nutriva verso il contado. Ecco allora che, se da un lato, troviamo una norma
che esonerava gli abitanti del Belvedere dall’obbligo di abitare all’interno del
castello lasciando questo compito agli uomini a ciò designati (ad habitandum
designati), dall’altro ne troviamo un’altra che imponeva agli abitati di
Vidiciatico, Grecchia, Gabba, Sasso e Maenzano di trasferirsi all’interno nel
castello (..observetur in hominibus Vidicatim Crede Gabe Sassi ed Manicani ut
veniant et cogantur venire ad habitandum in Castro belvederis...) (7).
Intendiamoci, l’obiettivo non era quello di un trasferimento di massa
dell’intera
popolazione (fra le altre cose impossibile viste le ridotte dimensioni del
castello), bensì di assicurare in caso di bisogno una certa presenza di persone
all’interno della struttura cosi da ampliarne il potenziale difensivo.
Un’intenzione che probabilmente non venne mai applicata per la scarso legame
esistente fra i nuovi “feudatari” e la popolazione locale che faticava a
comprendere la differenza con il passato (8). D’altra parte il concetto
medioevale di comando su un territorio era molto diverso dall’attuale; in una
società priva di una forte organizzazione sociale e di qualsiasi mezzo di
comunicazione, dove la popolazione viveva in piccoli clan chiusi, molto spesso
era sufficiente l’ostentazione del potere per ottenerlo anche nella realtà. Una
cosa invece è certa e forse scontata, la pretesa del comune di Bologna di una
partecipazione economica degli abitanti del posto alla costruzione ed alla
mantenzione del castello. In questo senso gli statuti bolognesi sono prodighi di
disposizioni che imponevano agli abitanti del Belvedere obblighi in tale senso:
prima la costruzione di un cassero, poi di una casa con torre (una domus cum
turri fiat in belvedere) ed infine l’ampliamento della casa stessa, i cui lavori
furono posti a completo carico degli abitanti di Gabba, Grecchia, Sasso,
Maenzano, Vidiciatico, Monteacuto, Rocca Corneta, Montelocco e Lizzano
(predicta debeant fieri per homines gabbe, grecthe, saxi, maniçani, vidis,
montis aguti, roche cornete, montis bugiri ed viçani).
La notizia della nomina dell'ultimo capitano, tal Giacomo di Bartolomeo,
risale al 1401 mentre i mutamenti storici ed amministrativi intervenuti negli
anni successivi fecero venire meno il valore militare di questo castello che fu
abbandonato definitivamente alcuni anni dopo. Già nel 1617 il cardinal legato
Capponi, in visita alla terra del Belvedere, costatò che il castello era quasi
completamente distrutto ad opera degli stessi abitanti del posto che avevano
l’abitudine di utilizzare le sue pietre come prezioso materiale da costruzione.
Parlando del Belvedere è impossibile non ricordare gli eventi bellici che, fra
l’autunno del 1944 e la primavera del 1945, videro questo luogo teatro di una
delle battaglie più dure per la conquista della linea Gotica. Già tanti hanno
scritto di questo argomento, mi limiterò in questa sede a ricordare il progetto
realizzato dal comune di Lizzano in Belvedere che ha visto l’esecuzione di due
itinerari storici: uno verso il Monte Belvedere, con partenza dalla Masera, e
l’altro verso i Monti della Riva, con partenza da Farnè. Entrambi gli itinerari
sono dotati di segnaletica e, presto, saranno arricchiti anche da una piccola
guida. In particolare l’intervento sul Belvedere ha permesso la ripulitura di
alcune trincee e camminamenti e la posa di cartelli esplicativi che rendono più
leggibili le vicende belliche. E’ proprio in occasione di questi lavori che è
stato
eseguito il rilievo della zona del castello da parte di Francesco Scaglioni che
ringrazio per l’autorizzazione alla pubblicazione.
Il resto è sotto gli occhi di tutti, poche pietre malmesse, che chiedono solo un
po' di rispetto ma che sanno raccontare ancora tante storie a chi abbia voglia
di fermarsi un attimo, lassù, sulla vetta del Belvedere, ad ascoltarle.
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Per concludere una piccola proposta!!
Salendo verso la vetta, in occasione delle tante visite al Belvedere, e pensando
al progressivo deterioramento dei resti del castello che ho potuto verificare
personalmente nel corso degli ultimi anni, mi sono chiesto se proprio non sia
possibile intervenire in qualche modo. Già sarebbe molto riuscire, con un
modesto intervento di muratura, a consolidare le strutture esistenti evitanto il
deterioramento. Avendo poi un po’ di denaro a disposizione si potrebbe
pensare addirittura a dei lavori di scavo, utili ad evidenziare meglio le
strutture del castello. Piccoli interventi che restituirebbero a tutti noi non
solo
un luogo storico, così intimamente legato alla nostra identità, ma anche una
meta turisticamente interessante.
Non mi pare un’impresa impossibile, magari si potrebbe pensare, sulla base di
altre esperienza simili, alla costituzione di un comitato. Lancio l’idea, chissà
che non si riesca finalmente a fare qualcosa per salvare ciò che rimane
dell’antico castello del Belvedere.
NOTE
(1) A.Palmieri "La montagna Bolognese nel Medio Evo" - Ristampa anastatica Forni
1981.
(2) C.Ghirardacci "Historia di Bologna" - Vol.II, Pag.52.
(3) A.Palmieri, idem.
(4) A. Cassi Ramelli “Dalle caverne ai rifugi blindati" - Nuova Accademia
Editrice, 1964.
(5) V.Franceschetti Pardo "Nel cuore del palazzo" - In Storia Dossier, Giunti
Firenze, 1987.
(6) A.Palmieri. Idem.
(7) T. Costa "Oh che bel Castello"- La Musola n. 38 Pag.47.
(8) G.Carpani "Il sistema difensivo del Belvedere" - La Musola n. 40 Pag. 40.
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