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Una Rocca su un promontorio
padroneggia Signora dei Tempi e dei Venti,
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LA CAMPANA DELLA ROCCA Vittorio Caselli di Rocca Corneta, ricorda la famosa storia della campana, così come la raccontavano i vecchi. Al tempo dei tempi la Rocca aveva molti abitanti, ma la vita era dura, perché i venti che scendevano dalla “Selva Nera”, cioè dai monti più alti, rovinavano i raccolti e disturbavano ogni cosa. Così molti emigrarono. I pochi Cornetani rimasti fecero un voto alla Madonna e andarono a Bologna a chiedere aiuto al vescovo. Ne tornarono con una campanella, che fu appesa dentro la famosa torre. Come arrivò il primo vento corsero su a suonare la campanella e, meraviglia, il vento si quietò. Alla prima successiva occasione il miracolo si ripetè e così, puntualmente, ogni volta, con gran gioia di quelli della Rocca. Ma, di là da Dardagna, quelli di Frignano avevano notato la gran meraviglia e, avendo anch’essi preoccupazioni e guai per i venti, risolsero i loro problemi col favore della notte e rapirono la campanella preziosa. Naturalmente quelli di Rocca non dormirono e, con un’altra impresa notturna, recuperarono il mal tolto. Gli altri però tornarono all’assalto e ancora rapirono la campanella…. I vecchi narratori non sapevano dire quanti furono i viaggi di andata e quanti quelli di ritorno. Ma è facile immaginare che la campanella, così perennemente ambulante, non poteva essere molto efficace, né di qua, né di là da Dardagna. Certo è che quelli della Rocca decisero di farne una nuova, più bella, molto più grande, probabilmente più efficace, certamente meno asportabile. Tutti si recarono alla chiesa di San Martino per portare ottone, rame e quanto altro potesse essere utile. E li, sul sagrato, fu fusa una splendida campana. A ricordo dell’avvenimento fu murata una lapide. Poi la campana fu portata sulla torre per far desistere la furia dei venti e le gelosie di quelli di Trignano . L’importanza e l’efficacia della campana crebbe tanto, che si pensò di affidarla a un paesano che abitasse vicino e che avesse cura di correre a suonare ad ogni minaccia di tempesta. Il risultato era sicuro. Lo stesso Vittorio ricorda di aver visto più volte i nuvolosi neri provenienti dal Modenese, arrestarsi e scaricarsi sulle terre di Trentino, o di Frignano o di Castelluccio, senza mai danneggiare le terre cornetane. Il campanaro veniva compensato del servizio con una colta spontanea di frumento dopo la trebbiatura e con un’altra di farina dolce dopo la castagnatura. Il penultimo campanaro fu Richi, l’orbo della Rocca, il quale, per quanto cieco, svolgeva il suo servizio più che egregiamente e, anche col mal tempo e anche di notte, saliva svelto e sicuro su per quel picco roccioso che mette in imbarazzo anche chi ha la vista buona. Dopo di lui l’incarico passò alla nipote Ersilia, che se ne occupò altrettanto egregiamente. Ma con lei tutto finì tragicamente nel 1951. Una domenica mattina la povera Ersilia vide il cielo scuro e minaccioso. Subito si inviò sul monte e subito s’attaccò alla corda. Ma a quella, poveretta, restò attaccata: trafitta da un fulmine, che dalla campana era sceso per la corda. Il temporale, prima di quietarsi, aveva voluto la sua vittima, quasi a vendicarsi di tanti secoli di immunità dei Cornetani. Dopo quel tragico fatto ricominciò l’esodo degli abitanti verso città, così come al tempo dell’inizio di questa storia. La campana è ancora al suo posto, ma non più per quel servizio. La vallata è quasi deserta. I venti, liberi e padroni, investono il picco roccioso, investono la torre, e investono quasi beffardamente la vecchia campana immobile; da quel bronzo di devozione antica, escono vibrazioni, che sembrano rimpianti. |
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